Qui ci torno sempre quando sto di merda. Questo blog è il gabinetto che raccoglie i momenti più brutti da voler scaricare. I miei alti e bassi stanno diventando troppo ravvicinati. Oggi piango perchè un'ape è morta per un mio colpo di scopa involontario. Qualcuno ci avrebbe riso, un altro non ci avrebbe nemmeno fatto caso. Io piango e non so dove collocare questo mio problema.
A me non piace prendere le cose che gli altri mi offrono, perché io mi voglio conquistare tutto, tutto quello che si può conquistare per poi tenermelo talmente stretto da distruggerlo soffocato. Le cose che mi offrono, invece, le lascio andare via così, senza un minimo di trattenimento. In entrambi i casi, perciò, perdo tutto. Sono una che non possiede ma sono una che ha.
Ri-di-co-lo.
Pa-te-ti-co.
Eppure, per me, è una sottile forma di divertimento, perché al dolore mi sto abituando così bene da confonderlo col piacere. Però non posseggo né dolore, né piacere. E sì, se tu dici che la mia è retorica, io ci sto, mi sta bene, perché la retorica mi piace, non la sottovaluto e non la disprezzo. Ci sguazzo dentro. Ognuno ha la propria pozzanghera per sconfinarci le idee, i pensieri, le stronzate, le emozioni. La mia è come il latte fuori scadenza: liscia e bianca fuori, ricotta ingiallita dentro.
Ti consiglierei di non sfiorarla nemmeno con un dito, perché puzza di parto. Che schifo. Fa schifo anche a me.
Stop. Mi hanno interrotta.
Sono in ansia. No, ho l’ansia che mi mangia lo stomaco, me lo fa bruciare fino a sconfinare nel dolore fisico, come una pressione che mi violenta anche il cuore, la schiena, il torace e ogni respiro mi crea una voragine mentale. Trattengo e se solo avessi il coraggio di vomitare l’ansia, tutto questo dolore passerebbe. Qui mi educano a trattenere, purtroppo, e io mi sento così debole da lasciarmi educare e imbastire come un orlo dei pantaloni. Se adesso io urlassi perderei punti, tornerei indietro, al passato. Trattengo e sento dolore, trattengo e non ho fame, perché ho lo stomaco sazio d’ansia e di paura.
Negli ultimi dieci minuti ho guardato l’orologio 100 volte. La mia mattinata si potrebbe intitolare “100 volte in 10 minuti” o “ Dieci per Cento”, lasciando intendere di essere una donna al 10%. Non scrivo perché mi va di scrivere: scrivo per non guardare l’orologio di nuovo, ma l’occhio mi cade a destra in basso, alle 12.19.
Sono appena le 12.19.
Potrei impazzire alle 12.20, all’ennesimo sessantesimo secondo, cantando una filastrocca, se me ne venisse in mente almeno una, invece nulla. Pare che la mia infanzia sia scomparsa con le filastrocche o che le filastrocche si siano fagocitate la mia infanzia e se la siano portata via.
Eppure, di notte, nella culla del sonno e nello splendore dei sogni io divento bambina, una bambina bionda con i boccoli, col nastrino sempre mezzo slegato…
Stop. Sono stata interrotta.
Quando abbandoni il blog per mesi e ritorni a leggere le cose scritte diventi improvvisamente un lettore come un altro: leggi dal di fuori e non sempre riconosci ciò che hai scritto. Ti senti l’estranea di te stessa ed è una sensazione sublime. E’ come un doppio navigare, uno strano remare dentro di te. Leggere certi sbotti di spontaneità dei quali t’eri dimenticata fa proprio bene alla testa: mette ottimismo, ti fa pensare che non tutto è perduto, che la vita è ancora dentro di te, travolgente, splendidamente implacabile anche se non ti ricordavi d’averla più.
Vorresti commentare te stessa e dirti che non devi mollare nemmeno quando hai già mollato, nemmeno quando la rassegnazione ti lascia vivere di quella serenità flaccida e viscida che è la mafia dell’intimo, del cuore e del cervello. Sotterraneamente ti possiede, ti impone l’espressione inebetita e fintamente contenta. Va tolta.
C’è una cosa che mi piace moltissimo: il tempo scorre e ciò che mi cambia è solo il colore dei capelli e la loro lunghezza. Praticamente sono in stasi come un soprammobile di una vetrina di un soggiorno ma posso ritenermi contenta, perché sarei potuta essere il soprammobile di una baracca di qualche vicolo siciliano. Perciò dovrei ringraziare, altrimenti sembrerei una persona ingrata.
Grazie.
Solo che io, quando ringrazio, divento sgraziata: mi si trasforma la faccia, mi si arriccia il naso e mi si storcono gli occhi. Divento strabica, però dico grazie e tutte le attenzioni si concentrano in quella parolina di sei lettere e chissenefotte delle espressioni e dei malumori sotterranei. Checazzomenefotteamesenontivadiringraziare. E’ la conclusione quella che conta.
Ho imparato a dormire sul trespolo e ringrazio il trespolo di ospitarmi con tanta magnanimità. Pappagalleggio dicendo grazie ogni due e tre.
Come mai sul mio blog sono comparse tante pubblicità?
Comunque un grazie anche alla pubblicità.
Pasqua è alle porte e voglio regalarmi un tatuaggio con Zebedeo
Tu mi dici che questo giorno è mordace e io ti credo, perché sono piena di lividi. Sì, hai ragione: questo giorno morde e lascia segni, ma qual è il giorno che non te ne lascia? Nessun giorno, credimi, se ne va via così come una sorsata d’acqua tra le altre sorsate. Io me li ricordo tutti, uno a uno ed è per questo che non guarisco mai da me stessa. Sono ossessionata da ieri, da una settimana fa e da anni fa. Ci tengo a dire, però, che non ci vedo niente di male, anche se, così facendo, falsifico il presente. Tutto è falsificato quando non ci si sente liberi da legami orridi che altro non sono se non i sensi di colpa.
Sai, a volte penso che il seme di colui che mi ha concepito fosse imbevuto e imbrattato di sensi di colpa che mi ha trasmesso con una crudeltà stillicida, seppur inconsapevole. Sì, ne sono quasi sicura. Ora me ne sto liberando, piano, piano ma lo faccio nel modo più codardo: insinuando il senso di colpa negli altri per liberarmi del mio.
“Vergognati, vergognati!” mi dici atteggiandoti a un saggio che riposa sotto un bell’albero.
“Vaffanculo, vaffanculo!” ti rispondo con rabbia.
Io sono molto più coraggiosa di te che ti nascondi dietro la tua apparenza di buon uomo. Io, spavaldamente, mi metto in gioco, mi critico, mi esamino, mi sputo addosso e mi lavo. Tu non ti lavi mai, perché ti credi pulito ma dal mio punto di vista puzzi. Mamma mia se puzzi.
Io, invece, profumo. Cresco senza concime.
… e non conosco nemmeno per sentito dire Lele Mora
Volevo comprarmi un cellulare e, invece, mi sono comprata una trapunta. “Tutta colpa delle pubblicità della Eminflex” mi sono detta. No, tutta colpa della trapunta messa in bella vista accanto al negozio di telefonia. Io, immancabilmente, vengo attratta da ciò che è cuccia. Se nel post precedente mi sono definita capra, in questo caso mi definisco cagnolina. Che non si facciano battute, per cortesia, perché sono delicata di mente e un’altra sforbiciata di capelli mi farebbe male.
Sono già a massimo limite, davvero!
P.S. oggi è il 40mo giorno che dormo nel letto senza il bisogno di ritornare a dormire per terra. Sono felice. Forse ce l'ho fatta.

Poggiata allo steccato di un guardino sconosciuto, ho alzato il capo e ho sentito l’abbraccio del cielo. Come in un calore che d’amor profumava, mi sono sentita serena. E se qualcuno, sotto la pioggia del presente, m’avesse chiamata con un urlo (Sereeeeeeenaaaaaa) io avrei risposto. Poggiata a quello steccato trasandato io mi sono sentita un’altra: senza paure, senza quel nodo allo stomaco che m’accompagna da sempre, senza il mio senso di dispersione avrei potuto conquistare il cielo, il mondo, il mare e i prati.
M’è bastato raccogliere un filo d’erba.
Mi sono accontentata d’un filo d’erba, io.
Lì v’ho visto il mondo,
il cielo,
il mare,
i prati,
e Lia.
Coll’erbetta tra le mani, quasi come una capretta qualsiasi, ho trovato me stessa, per un decimo di secondo, com’è giusto che sia. Poi, ahimé, i secondi si sono aggiunti ad altri secondi e, dopo un minuto abbondante, ho dovuto lasciar lo steccato e perder l’erbetta.
P.S: se mi chiedi “Ti sei fatta una canna?” ricordati che sono una capra.
Dozzo dozzino
voglio un bacino
(che non sia dozzinale)